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28/10/2005
IL CORRIERE DELLA SERA
 

I film sul lavoro non fanno botteghino? É impossibile trovare produttori? La risposta viene da un sito nato in aprile, «www.ilvangelosecondoprecario.org», che, invece di batter cassa alla Rai o chiedere contributi statali, si è fatto finanziare dai diretti interessati un film sul lavoro atipico: ha chiesto di sostenere il progetto raccontando storie di precariato e versando almeno 10 euro.

Hanno risposto in 250, ma per raggiungere i 40 mila euro necessari per il film, alla colletta hanno dovuto aderire anche Mci, Cgil, Cisl e Provincia di Milano. Risultato? Una «disinformazione allo stato puro per fini squisitamente politici», secondo il sito di Forza Italia «Ragionpolitica». Un’opera che invita «a riflettere sulla drammatica situazione di chi si affaccia nel mondo del lavoro», a parere del Nidil, il sindacato atipici Cgil. Per ora, lunedì scorso, Il vangelo secondo Precario è stato visto gratuitamente solo in poche sale nei sindacati e nelle università.

Quindi solo circuiti militanti per spettatori militanti? «Prima di tutto - spiega il regista Stefano Obino - siamo già stati contattati da diverse case di distribuzione, perciò non escludiamo di arrivare nelle sale cinematografiche. Inoltre non è un film militante, visto che ci sono grosse differenze di lettura tra chi lo vede. “Fotografa la realtà?’, dice infatti chi ha meno di 35 anni. “Il lavoro non è così, ribattono invece i più anziani.

Insomma, e realistico con contenuti paradossali, ma solo perché paradossale è la realtà del lavoro». Nell’immaginario sul lavoro di Obino, che ha 29 armi, c’è soprattutto un film cult che ha cinque armi più di lui, La classe operaia va in paradiso, «Perché, come il mio film, è una commedia sociale che strappa sorrisi amari». Commedia realistica o pamphlet politico, quello di Obino resta comunque uno dei pochi tentativi di registi italiani di misurarsi con il tema del lavoro.

Altrove, Francia e Inghilterra, il mercato del lavoro è un argomento che spesso riempie le sale.

Enzo Riboni

Da Il Corriere della Sera, 28 ottobre 2005